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Bambole antiche: origine del gioco più antico della storia

Tempo di lettura: 5 minuti

Quale sia stata l’origine delle bambole antiche, intese come giocattoli, è argomento assai difficile da definire oggi, specialmente analizzando gli oggetti che, qualificati come tali, arrivano dal più remoto passato e da ogni regione del mondo. Cercando una risposta, e non delle verità assolute, risulta necessario circoscrivere tale indagine all’interno delle civiltà che si sono affacciate in passato sul bacino del Mediterraneo e a quelle culture che oggi definiamo europee.

Le bambole nella storia

Una scelta così fatta non vuole penalizzare le altre migliaia di bambole “escluse”, le civiltà che le hanno prodotte, tanto meno creare scale di valori del tutto opinabili e soggettivi. La restrizione geografica necessariamente adottata utilizza per lo studio la costante tematica formale che bene accomuna tutte le bambole “europee”, facilitandone la “lettura” estetica e la finalità ludica, caratteristiche entrambe vincolate alla nostra matrice culturale.
Immagine antropomorfa, replica più o meno fedele dell’uomo, la bambola vive la sua vicenda storica perduta nel tempo, inscindibilmente legata a quella del suo creatore e ideatore.
Indagando nelle culture antiche le vicende di questi oggetti assumono spesso contorni indefinibili, sovente mescolati al rito e al culto del divino. Molte bambole del passato sono a metà strada tra feticcio e figura magica, concluse nella funzione del “gioco-rito”, sovente espressione di forte spiritualità.
Presso il Museo del Cairo sono visibili alcune figurine in argilla, trovate in un ipogeo presso Tebe, che possono essere indicate come bambole; esse erano destinate ad entrare a far parte dei corredi funebri posti accanto alle mummie.
Realizzate con estrema semplicità, hanno le braccia articolate alle spalle per mezzo di perni metallici, mentre il resto del corpo è rigido e approssimativo. Ad un primo esame possono ricordare figurine di tipo religioso o votivo, ma il particolare dato dalla mobilità delle braccia ci chiarisce la loro funzione.

Bambole antiche greche fatte d’argilla o terracotta

In Grecia, tra le graziose statuine di Tanagra, una, estremamente significativa, raffigura una bambina che tiene tra le braccia la sua bambola. Di queste bambole antiche greche fatte d’argilla o terracotta, sono giunti fino a noi ben pochi esemplari; pare ne esistessero anche di legno ma, a causa della deperibilità del materiale, oggi non ne abbiamo più traccia.
Quelle ritrovate in Boezia hanno sollevato varie congetture sulla loro funzione originaria. Il corpo è a forma di campana, le gambe realizzate separatamente ciondolano da una corda o filo metallico che va da una parte all’altra, il collo è allungato, la testa richiama quella di un uccello, il petto è dipinto con dischi e la tunica con ornati: potrebbero essere state divertenti giocattoli o misteriosi idoletti. Analogie evidenti sono state riscontrate in bambole di scavo trovate a Micene e a Nauplion, fatte in terracotta, rassomiglianti a giocattoli popolari con sottintesi significati cerimoniali o rituali.
Spesso, esaurita la loro funzione primaria, tali oggetti passavano nelle mani dei bambini unendo allora l’aspetto ludico a quello religioso ed educativo.
Sempre in Grecia, molti esemplari di bambole in creta con membra articolate sono stati scoperti nei templi dedicati al culto di Demetra e Persefone. Il periodo a cui risalgono va da quello arcaico, 900/400 a. C., fino al Vo VI sec.
Si possono distinguere due tipologie dominanti che fanno pensare a queste bambole come uscite da manifatture organizzate per produrre numerosi pezzi in “serie”. Le prime sono caratterizzate da ricciuti capelli trattenuti da un alto copricapo detto “Kalathos”, indossano un corto “chitone”, tunichetta, fino ai fianchi, dove un perno passante permette la mobilità delle gambe. Le seconde raffigurano smilze giovanette con i capelli liberamente acconciati con un nastro, a volte una ghirlanda; si differenziano nelle giunture delle
gambe, spostate più in basso verso il ginocchio, sempre rese possibili dall’impiego di perni metallici o fili passanti. Tali bambole venivano vendute nei mercati: ad Atene, ad esempio, era celebre quello nell’Agorà.
Già nell’antichità le bambole erano fonte d’ispirazione per filosofi e poeti.

La bambola rappresenta l’emblema della fragilità umana

Nell’Inno a Cerere” di Callimaco la bambola rappresenta l’emblema della fragilità umana, la vicenda del protagonista consumato dalla fame insaziabile è paragonata ad una bambola di cera che si scioglie al sole; possiamo quindi dedurre che ne esistessero anche di questo materiale.
Plutarco esprime il dolore per la perdita della giovane figlia, Timoxena, attraverso la contemplazione delle sue bambole, ricordando i giochi della fanciulla e le cure con le quali circondava le sue pupattole.
Per le giovani fanciulle il passaggio dalla pubertà all’altare diveniva tale con la consacrazione delle bambole ad Artemide. La rinuncia al gioco, quindi all’infanzia e alla verginità, veniva scandita da solenni cerimonie nelle quali le bambole e i loro corredi, unitamente agli altri giocattoli, erano offerti alla dea. Secondo Ateneo, Saffo dedicò ad Afrodite la sua bambola con queste parole: “O Afrodite non disprezzare la piccola sciarpa di porpora della mia bambola. Io Saffo dedico a te questo dono prezioso”.
Tanta specializzazione attorno a questi oggetti non poteva prescindere da abili artigiani che provvedevano alla loro realizzazione e costoro erano detti “Coroplasti”; ovvero; colui che fabbrica bambole d’argilla, di cera, o di tutt’altro materiale per i giochi dei bimbi o atte ad essere donate alle giovanette…”.
La tecnica esecutiva del coroplasta seguiva cinque fasi: impasto, fattura a mano o in apposite forme, ritocchi, cottura, colorazione che poteva variare a seconda della qualità voluta. La modellazione a mano era usata specialmente per bambole d’uso comune, destinate al gioco infantile; per quelle più raffinate venivano usati stampi e prestata più attenzione all’articolazione e alle finiture.
La stessa tecnica, più o meno invariata, era utilizzata anche a Roma, dove a fianco delle consuete bambole antiche di argilla, cera, se ne producevano altre, estremamente raffinate, in legno, osso, avorio.

La bambola di Crepereia Tryphaena

Il 12 maggio 1889, nel quartiere Prati a Roma, viene aperto il sarcofago di Crepereia Tryphaena. Grande entusiasmo e commozione seguono questo avvenimento, che vede portare alla luce i resti di una giovinetta romana vissuta durante il secondo secolo dopo Cristo. La cosa più affascinante è che, insieme ai preziosi gioielli con cui la salma è stata sepolta, viene trovata anche una bambola di squisita fattura, con un corredo composto da un piccolo cofanetto in avorio, un minuscolo anellino a chiave, orecchini, due specchietti d’argento e due pettinini d’osso. La bambola rappresenta un esempio dell’alto livello raggiunto in questo settore dall’artigianato del tempo, unitamente alle caratteristiche tipiche del giocattolo, ormai perfezionato per bene adempiere al suo preciso utilizzo in senso ludico. Alta 23 centimetri, realizzata in avorio, ha una complessa articolazione a perni degli arti (spalle, gomiti, anche, ginocchia), mentre tronco e testa risultano scolpiti in un pezzo unico. In essa troviamo, perfezionate, le tipologie delle bambole antiche in terracotta greche, o di altre romane, precedenti e coeve. La bambola di Crepereia presenta caratteristiche di fattura e modellato notevoli, specialmente nel volto e nella complessa acconciatura, ispirata alle foggie usate dalle imperatrici Faustina Minore e Faustina Maggiore. Tale attenta e meticolosa riproduzione del vero permette una datazione attorno agli anni 150-160 dopo Cristo.
Secondo un’antica usanza, erano stati sepolti con la morta gli oggetti che le erano stati più familiari e cari e tra questi primeggia la bambola non ancora donata agli dei.
In Italia sono state trovate altre interessanti bambole antiche, generalmente negli scavi archeologici del centro-sud, a testimonianza della diffusione di questo oggetto e dell’attenzione prestata al mondo infantile già d’allora, quasi a voler anticipare le più moderne indicazioni della puericultura.

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