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Bambole del settecento

Tempo di lettura: 6 minuti

Il connubio tra bambole del settecento e moda, l’una ideale messaggera dell’altra, si è ormai radicato in Francia. A queste bambole ambasciatrici di novità viene dato il nome di “Pandora”. La ragione della scelta di questo nome classicheggiante, tipico di un’epoca che voleva paludare di grandiosità ogni cosa corrente, sta nel fatto che nella mitologia greca Pandora era la donna creata da Vulcano per ordine di Giove e dotata dagli dei di ogni attributo che potesse attrarre la mente degli uomini.
Le eleganti Pandore ben rappresentano la finezza rococò, espressa dal gusto del dettaglio e del “miniaturizzato”.

Il XVIII secolo

I giochi di società e anche i giocattoli acquistano via via un’importanza particolare, così come i ninnoli e le piccole cose destinate ad abbellire le abitazioni ornandole senza creare vistosi e “volgari” ingombri.
Continua la moda dei regali costosi; il D’Allemagne cita una notizia apparsa sul “Mercure de France” il 27 luglio 1722: “Madame la duchessa d’Orléans ha regalato all’Infanta una toilette superba, adatta all’età della Principessa, insieme a una magnifica bambola, dotata di un guardaroba completo e fornito di abiti vari. Si dice che questo dono abbia raggiunto la cifra di circa ventiduemila franchi.”. E intanto Jean Jacques Rousseau protesta specialmente per tutto questo lusso e stravaganza nel regalare costose bambole
e giocattoli, non solo ai bambini, ma anche agli adulti.
Un pittore del re di Francia, direttore dell’Accademia, Carlo Antonio Coypel, è celebre per una serie di tele, riprodotte anche in incisione, intitolate “Jeux d’enfants”. La più interessante è intolata “Jeunes enfants dans un parc jouant à la poupée” In questa tela due damigelle appaiono in un giardino arricchito di statue e scalinate, abbigliate e acconciate riccamente secondo la moda del tempo. Una delle due bimbe tira un ricchissimo carretto imbottito, l’altra vi siede e cinge con le braccia una grande bambola. Possia-
mo ammirarla in tutti i particolari perché è dignitosamente rivolta verso l’osservatore, seduta sulle ginocchia della padroncina. Il viso è ovale e si direbbe da adulta, l’abito con ricche maniche è coperto sul petto da un “fichu”, essendo seduta all’indietro l’ampia sottana a gale allargata dal guadinfante lascia scoperte le gambette fino sopra le caviglie, facendo intravedere i piedini finemente calzati in un paio di scarpette. In altre celebri tele troviamo immagini di bambole, in quella di Fragonard “Il signor Fanfan che gioca
col signor Pulcinella e compagnia”, ne “La merenda” di Boucher, nei dipinti di Watteau, nei ritratti di corte di Johann Zoffany, dove compaiono eleganti pupattole ricche di dettagli e note di costume.

Bambole del settecento: le eleganti Pandore

Le Pandore, sempre più specializzate nella tecnica costruttiva, realizzate nei vari materiali descritti, continuano a viaggiare instancabilmente attraverso l’Europa, fornite oltre che dei famosi guardaroba, anche di appositi lasciapassare. L’abate Prevost afferma che nel 1704 durante la Guerra di Successione Spagnola, “per un atto di galanteria che è degno di essere ricordato nelle cronache della storia a vantaggio delle signore, i ministri delle due corti hanno concesso uno speciale permesso di lasciapassare ai manichini; lasciapassare che fu sempre rispettato>>.
Nel 1712, in piena guerra, sui giornali inglesi apparve questa inserzione: “Sabato scorso è giunta nella mia casa in King Street, Covent Garden, la bambola francese per l’anno 1712”.
Numerosi esempi di scambi anglo-francesi per la moda continuano per tutto il XVIII secolo. Durante la reggenza, l’ambasciatore francese a Londra, Dubois, divenuto in seguito cardinale, scrisse a una sarta parigina, mademoiselle Filon, ordinandole un grande manichino che servisse a mostrare alle signore londinesi come ci si vestiva a Parigi, senza tralasciare i particolari della biancheria intima.
Notizie ancora più ampie e interessanti ci pervengono dal prezioso “Dictionnaire du Commerce”, di Jacques Savary, pubblicato in prima edizione nel 1772: alla parola “poupée” leggiamo: “… si dice in genere di tutti i giocattoli fatti dai fabbricanti di giochi, quando hanno figura umana; è di questi giocattoli che si fa gran commercio a Parigi, particolarmente a Palazzo. Peraltro il termine indica di solito quei manichini ben vestiti e pettinati, sia maschili che femminili, che da Parigi vengono inviati nei Paesi stranieri per far conoscere le mode della Corte di Francia e che si danno ai fanciulli già grandicelli per farli divertire”.
E ancora:…”e non solo se ne fa grande consumo a Parigi e nelle province, ma si inviano anche all’estero, fino all’America spagnola, e da questo commercio si ricavano grandi profitti…”.
Il meccanismo commerciale, ben avviato, è la base di quella che durante l’Ottocento diverrà una delle industrie trainanti per l’economia francese: quella della bambola.
Con il trascorrere degli anni e la crescente affermazione internazionale della moda francese, il termine “Pandora” viene lentamente sostituito da “poupées de la Rue Saint-Honoré”, via che si va connotando come centro di atelier e riferimento ai dettami della moda.
Per rendere più agevoli le copie delle vesti in tutti i particolari divenne sempre più forte la necessità di costruire queste messaggere della moda in grandezza naturale, in modo che le clienti potessero anche provare i vestiti indossandoli. Nel 1788 una sarta parigina, madame Eloffe, fornì ad una cliente appunto una bambola a grandezza naturale vestita con abiti di corte, costruita a mo’ di manichino.

Parigi della seconda metà del Settecento

Rose Bertin, sarta e modista della regina Maria Antonietta, ebbe la commissione per una bambola da regalare alla figlia di M.me Dillon, della quale A. Fraser dice di aver trovato nei suoi libri di cassa la seguente descrizione: “. era una bambola grande, fornita di molle e con un piedistallo molto ben fatto ed un’ottima parrucca; una camicia di fine tela di lino, calze di seta e un lungo busto fornito di stecche”. Seguiva la lista degli abiti da ballo della bambola, delle sottane di velo e di broccato, di pizzo e di mussolina,
delle cuffie e dei cappelli piumati.
Nella Parigi della seconda metà del Settecento il negozio più in voga per la vendita di bambole del settecento era un certo Jhuel, in via Saint-Denis, che aveva “uno dei più famosi magazzini di giocattoli per bambini, bambole a molla e altri balocchi d’Inghilterra”, come informa l'”Almanach du Dauphin” per il 1777.
Oltre ai negozi specializzati ve ne erano altri, dove si potevano acquistare varie mercanzie: merciai, cappellai, botteghe di occhiali e specchi, che proponevano alla loro clientela anche i balocchi. Molti tra i piccoli borghesi parigini comperavano bambole e altri giochi alle fiere. Queste si istallavano fino al 1725 al centro della città, per esempio sul Point-au-Change, poi, sulla spinta delle innovazioni urbanistiche, andarono a si nel 1789 sul Boulevard des Capucines.
rallegrare il quartiere del Palais Royal, per fissarsi nel 1789 sul Boulevard des Capucines.
Anche in altre città europee vi era questa consuetudine, specialmente durante le feste natalizie. Il vocabolario milanese del Cherubini registra già nel 1839 il termine “beleràtt”, che, in gergo corrente, indicava il venditore di balocchi e ninnoli per fanciulli: si presuppone quindi che questo termine fosse già ampiamente in uso alla fine del Settecento.

Bambole di legno, di terracotta, di cera e di cartapesta

È affascinante cercare di immaginarsi queste fiere, immerse nelle atmosfere nebbiose e fredde delle città nordiche, con i loro rudimentali banchetti ricolmi di ogni tipo di oggetti colorati e affascinanti e, in mezzo a questi, bambole di legno, di terracotta, di cera, di cartapesta, per tutte le tasche e di tutte le taglie, riccamente vestite o con addosso soltanto semplici camicini di cotone. Intorno, folle festanti di adulti e bambini con l’eterno stupore dipinto sul volto e il desiderio nel cuore.
La storia a volte può meravigliare, non tanto per la crudeltà delle vicende umane, quanto per la curiosità di alcuni fatti. Uno, assolutamente incredibile, segue di tragiche vicende del 1789.
In sintonia con la psicosi post-rivoluzionaria, anche il mondo bambolesco è pervaso da un’ondata di terrore. Per le piccole rivoluzionarie di Francia si fabbricano minuscole ghigliottine per decapitare le bambole aristocratiche, una scuola “educativa” che per un attimo tralascia l’insegnamento del ruolo materno affidando al “gioco” il compito di alimentare l’odio di classe nelle piccole e sanguinarie fanciulle. Questa “invenzione’ suscita l’orrore della madre di Goethe quando riceve dal suo illustre figlio la richiesta di procu-
rargliene una per fare un regalo.
Durante il XVIII secolo, la fabbricazione dei giocattoli in legno ha un suo centro importante in Val Gardena, allora austriaca, e sembra abbia avuto origine nel 1703 quando un intagliatore, Johann Demetz, divenne famoso per le cornici scolpite nel pino siberiano, così come per le statue di santi, crocifissi, per le bambole e altri giocattoli. Questi lavori erano distribuiti in Italia e in Baviera, dove nuove idee vennero introdotte nei centri già esistenti dediti all’arte dell’intaglio, per esempio in Tirolo, a Berchtesgaden e a Ober-
hammergau. La felice fusione di diverse capacità artigiane contribuì a rendere sempre più perfezionate e diffuse le bambole di legno.
Negli anni seguenti, grazie anche alla capillare opera di distribuzione effettuata dai venditori ambulanti, questi semplici balocchi si avviano a diventare fonte di reddito per molte famiglie, specialmente nei lunghi mesi invernali.
Concorrenziali nel prezzo e prodotte in grande quantità soppianteranno le eleganti bambole inglesi “Queen Anne”, senza però riuscire a eguagliarne il fascino particolare.
La bambola ha ormai conquistato identità e caratteristiche che ne fanno un oggetto del tutto autonomo, specialmente se paragonata alle sue progenitrici. Indissolubilmente legata alla moda, immersa com’è nell’universo femminile che accomuna entrambe e assolve a funzioni differenti, placa le ansie di Maria Antonietta nel dispendioso delirio che le costerà la testa e che, nel frattempo, fa vestire le sue bambole dalla sarta di corte, Rose Bertin. Oppure diventa paziente “specchio” per provare sontuose toilettes, gioielli e acconciature, in quelle corti rigorose, intrise di vetusti cerimoniali ai quali è impossibile sottrarsi, dove dettagli e particolari dell’abbigliamento devono essere ben studiati e dosati.
L’Europa del Settecento, avviata verso rivolgimenti destinati a cambiare ancora una volta la sua fisionomia, trasmette al nuovo secolo, tra le molte eredità di cultura, storia e morte, anche l’immagine definita di questo incredibile oggetto che è la bambola.

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