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Bambole dell’ottocento: il secolo d’oro della bambola

Tempo di lettura: 6 minuti

Passata la ventata della Rivoluzione Francese e definitivamente tramontato ogni ricordo dell’Ancien Régime, gli ideali umani, culturali e politici evolvono con crescente ottimismo verso nuove conquiste.
Insieme a essi la vicenda dell’uomo prosegue, con essa il gioco, qualunque esso sia. L’Ottocento rappresenta il secolo delle grandi invenzioni tecnologiche e della nascita di quelle correnti di pensiero che ancora condizionano la nostra vita di oggi. Compaiono le prime ferrovie, i piroscafi che fanno scomparire le grandi navi a vela, il telegrafo, il telefono, la luce elettrica e iniziano i primi tentativi di volo meccanico.

Il secolo d’oro delle bambole dell’ottocento

Le distanze si accorciano, crescono le possibilità di scambi, diventa di moda viaggiare all’insegna delle “scoperte” culturali.
Altrettanto velocemente, durante questo secolo, si evolvono il gusto e il pensiero, avvicendando neoclassicismo, romanticismo, realismo, con sconcertante rapidità.
Con l’affermazione dell’emergente classe borghese le bambole dell’ottocento si avviano verso un processo che le vede protagoniste assolute in un’operazione di recupero e crescente industrializzazione.
Questo capita per soddisfare un’esigenza diffusa, che vuole il giocattolo come protagonista dell’universo infantile, non più esclusivo appannaggio delle classi nobili.
Si può infatti dire che il XIX secolo rappresenta il “secolo d’oro” per l’evoluzione, affermazione e diffusione della bambola che, da semplice e ristretto fenomeno artigianale si avvia a diventare vera e propria industria, in perfetta sintonia con le esigenze dei “tempi moderni” che si profilano all’orizzonte.
Le raffinate caratteristiche tecniche e costruttive, nonché l’impiego di materiali innovativi quali la porcellana lucida e il biscuit, unitamente all’alto numero di oggetti prodotti, hanno fatto sì che molti esemplari di bambola ottocentesca siano giunti in buono stato fino a noi, favorendo così la nascita di molteplici interessi, tra i quali emerge quello collezionistico.
Con l’incoronazione di Napoleone a imperatore di Francia, la classe borghese vede consolidato il proprio potere oltre l’aspetto esclusivamente economico, inserita com’è nei ranghi dell’alta società” che il nuovo regime sta costruendo.
La necessità di apparire, il notevole benessere diffuso, spingono questi “borghesi” verso un vero e proprio “consumismo” per appagare l’aspetto più esteriore e quindi giustificare, in qualche maniera, la loro veloce ascesa sociale. Tra i molteplici aspetti che l’artigianato, sollecitato dalla crescente richiesta di manufatti, deve affrontare,
la produzione di balocchi, e specialmente di bambole, aumenta per soddisfare i bisogni dei figli della potente borghesia.
Nell’Europa ottocentesca la bambola assume una precisa identità formale e d’utilizzo, dimenticando funzioni estranee a quella ludico-educativa, promossa e avviata a una crescente diffusione che la porterà a valicare gli oceani.

I materiali costruttivi delle bambole dell’800

I materiali più antichi: il legno, la cartapesta, la cera
Per favorire una corretta conoscenza della bambola ottocentesca è necessario partire dall’identificazione delle sue principali caratteristiche.
Per questo diventa opportuno stabilire dei punti d’analisi progressivi: il primo considererà i materiali che compongono la bambola; il secondo, le varie fisionomie; il terzo le manifatture che le hanno prodotte.
Come abbiamo già visto, dall’inizio del secolo il sistema costruttivo e l’anatomia delle bambole andavano specializzandosi sempre di più. Dal passato più o meno remoto arrivano in eredità alcune tradizioni artigianali, tra queste quella che privilegia il legno come materiale primario per l’intaglio di figure religiose o destinate ad altri scopi.
Le bambole che ebbero maggiore diffusione tra il 1800 e il 1840/50 erano appunto realizzate con tale materiale.
L’attività degli intagliatori, già attivi dal XIII secolo, localizzabile nelle regioni centrali dell’Europa, Austria e Germania, divenne durante l’Ottocento fonte di benessere, specialmente nei lunghi e freddi mesi invernali, sempre più spesso impiegati per la produzione di teste e parti di bambola, di balocchi, di semplici giocattoli a movimento.
In Val Gardena, noto centro di produzione ed esportazione, questa “industria” coinvolgeva molte famiglie dove il lavoro veniva svolto attraverso specifici compiti: chi si occupava dei corpi, delle membra, chi di intagliare le teste e chi di decorarle. Una vera e propria catena di montaggio domestica.
Il successo incontrato da queste bambole e il relativo benessere economico raggiunto, fece sorgere un sistema di vendita specializzato, supportato da completi cataloghi stampati in litografia e colorati a mano, da presentare ai commercianti, corredati di didascalie esplicative in tedesco, francese, italiano, spagnolo, inglese, olandese, ad at-
testare la varietà dei mercati interessati.

Come erano composte le bambole

Tecnicamente tali bambole erano così composte: la testa costituiva la parte più importante; scolpita in un unico pezzo di legno aveva i lineamenti e l’acconciatura modellati più o meno finemente, a seconda della misura e del costo. Successivamente alla fase di intaglio seguiva quella di finitura comprendente la levigatura, la stesura di uno strato di gesso misto a colla come preparazione al colore, la decorazione finale con il disegno degli occhi, della bocca, dei lineamenti e la coloratura dei capelli.
I corpi di queste bambole potevano essere interamente di legno, con giunture a perno per dare una certa mobilità, assai rudimentali nell’anatomia e non dipinti. Altrimenti le teste erano monate su corpi realizzati in pelle di capretto imbottita o in tessuto. Teste e corpi venivano preparati e venduti anche separatamente; questo spiega la grande varietà di assemblaggi riscontrata oggi nelle bambole superstiti.
Le pupe in legno videro diminuire il loro successo verso la metà del 1800, a causa della diffusione di altri materiali, specialmente il biscuit, e del mutare del gusto; continuarono comunque a essere prodotte, sebbene in minor quantità, fino al 1900 circa.
L’utilizzo della cartapesta per realizzare teste di bambola rappresentò il primo passo verso una moderna industrializzazione di tale manufatto. L’impiego di questo materiale permetteva infatti molti vantaggi: praticità di lavorazione, ripetitività di modelli tramite stampi, leggerezza del prodotto, costi minori di materie prime, possibilità di migliorie tecniche e aspetto più gradevole.
Prodotte principalmente in Germania, a Sonneberg, in Turingia, queste bambole erano fatte in taglie varianti dai 12 centimetri a oltre un metro di altezza. Uno dei più famosi produttori di pupe prevalentemente in cartapesta era Adolf Fleischmann, che sembra fabbricasse già 360.000 teste di bambole all’anno nel 1844. Un’altra famosa ditta da lungo tempo esistente a Sonneberg era la Cuno & Otto Dressel, specializzata in fini bambole di cartapesta, attiva dal XVIII secolo.
Per procedere alla fabbricazione, dopo aver fatto la testa in creta, se ne ricavavano due stampi, anteriore e posteriore, in zolfo liquido poi solidificato, preferito al gesso. In questi veniva modellata la cartapesta che dalla pasta era stata preventivamente preparata in fogli quadrati; tale operazione richiedeva abilità notevole. Poi le due metà erano riunite, si praticava un foro in alto per applicare la parrucca e venivano forate le orbite per inserire gli occhi di vetro. Con il crescere della concorrenza e l’incremento produttivo gli stampi vennero realizzati in acciaio, più durevoli, sveltendo le fasi di lavorazione,
Alcune teste così prodotte avevano i lineamenti dipinti e le acconciature modellate spesso finemente e con precisi riferimenti alla moda del momento.
In altre venivano inseriti oltre agli occhi di vetro, fissi o mobili, piccoli dentini di bambù, cartoncino o legno, visibili dalla bocca appositamente socchiusa. Alle acconciature modellate potevano sostituirsi parrucche di capelli veri o di materiali simili, sempre fedeli nella foggia al gusto in voga.
Queste teste, indubbiamente più gradevoli di quelle di legno, più vicine agli ideali estetici ottocenteschi, ebbero notevole diffusione in tutta l’Europa intorno al 1830/50.
Testa e spalle, unite in un unico pezzo e senza articolazione al collo, potevano essere montate su corpi di pelle o tessuto imbottiti, generalmente rigidi o poco articolati. Erano esportate, al pari delle bambole di legno, pupe complete o solo teste, lasciando al negoziante destinatario il compito di completare l’assemblaggio e la vestizione, “personalizzando” così il prodotto a seconda del gusto e delle esigenze della sua clientela.

L’utilizzo della cera

L’impiego della cera per realizzare figure religiose aveva antiche tradizioni legate a un artigianato particolarmente fiorente in Italia.
A causa della matrice fortemente religiosa dominante, l’abile maestria dei “figurinai” rimase limitata alle committenze ecclesiastiche o similari, tralasciando completamente la produzione di bambole intese come tali. Al contrario, in Germania e in Inghilterra, alcuni artigiani italiani emigrati trovarono fertile terreno per impiegare le loro capacità, conquistando con le loro creazioni in cera premi e riconoscimenti. Per meglio identificare questa tecnica e i suoi certi legami con la produzione di bambole si deve
dunque arrivare alla sua massima affermazione commerciale, avvenuta grazie alle pupe prodotte in Inghilterra dalle manifatture di Augusta Montanari, Londra 1851/84, e della famiglia Pierotti, Londra 1770/1930. Il largo consenso riscontrato dalle bambole uscite da queste e da altre numerosissime fabbriche inglesi e tedesche fece delle
pupe in cera uno dei modelli destinati alla maggiore diffusione dalla metà del 1800 fino al 1900 circa.
Tale successo era dovuto all’aspetto particolarmente gradevole, vivo, dato dal sapiente impiego della cera, dalla sua decorazione, dalla costante ricerca di modelli e fisionomie attinti dalla realtà fatto rivoluzionario questo -, dai particolari fortemente realistici quali l’utilizzo di intensi occhi di vetro, l’inserimento a caldo nella cera di capelli veri e pettinabili, l’attento studio dell’anatomia infantile.
Tecnicamente la testa veniva realizzata colando la cera in uno stampo, sempre suddiviso in due parti; anche in questo caso le spalle erano unite al collo senza articolazione, a volte la testa appariva lievemente inclinata da un lato con una certa naturalezza.
Anche gli arti, finemente modellati, seguivano le stesse fasi di lavorazione; successivamente venivano collegati ad un corpo eseguito in tela di cotone ed imbottito.
Grande cura era data alla colorazione dell’incarnato, attentamente sfumato per imitare la carnagione infantile o adulta, a seconda del tipo di bambola proposto. Anche i capi d’abbigliamento venivano eseguiti con attenzione estrema ad ogni dettaglio suggerito dalla moda.
Queste pupe vengono oggi definite in “cera piena”, per distinguerle da quelle più a buon mercato nate sull’onda di tanto successo, realizzate invece estendendo uno strato di cera più o meno sottile su di una base di cartapesta.
Tali bambole possono, a un primo esame, essere confuse con quelle in cera piena, ma è facile scorgere la differenza specialmente a causa della minore qualità. Estremamente concorrenziali anche nel prezzo, prodotte specialmente in Germania, le pupe con la testa in cera su cartapesta trovarono vastissima diffusione fino ai primi del XX secolo, costituendo una valida alternativa alla costosa bambola francese di porcellana.

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