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Bambole di stoffa: origine e diffusione

Tempo di lettura: 5 minuti

Lo smisurato esercito di bambole di stoffa prodotte durante l’Ottocento e l’inizio del Novecento, è stato costruito utilizzando materiali che potremmo definire primari, con una immediata derivazione naturale. Ma con il mutare dei tempi e delle abitudini, unitamente alle diverse esigenze dell’industria e del mercato, anche la scelta del materiale necessario alla realizzazione delle bambole diventa subordinato alle nuove necessità.

Dal 1894 per la produzione di bambole si usa la celluloide

La sperimentazione chimica e i risultati ottenuti in laboratorio indicano alcuni prodotti come adatti per nuovi utilizzi domestici. La celluloide, già presente nell’industria della bambola durante la seconda metà del XIX secolo, ben si pone come “innovazione” tecnologica atta a garantire caratteristiche rivoluzionarie come leggerezza, lavabilità, e relativa infrangibilità. Scoperta da un chimico americano e commercializzata dai fratelli Hyatt del New Jersey dal 1869, nasce da un complesso procedimento. G. Crippa ed E. Buhler, in un loro saggio specifico, ci spiegano come nasceva tale materiale.
“La celluloide si ottiene dalla cellulosa purissima più acido nitrico (nitrocellulosa) e acido solforico (coadiuvante dell’unificazione) con aggiunta di canfora sciolta nell’alcool etilico (poi eliminato per evaporazione), impastata a caldo e successivamente pressata in blocchi e quindi raffreddata.
Per la realizzazione delle bambole, la celluloide veniva trafilata in tubi oppure tagliata in sottili lastre che, raddoppiate e saldate, erano gonfiate a vapore negli stampi, diventano inizialmente bamboline intere e rigide e successivamente teste, corpi e arti che ricomposti con elastici formeranno bambole articolate”.

Tra le numerose fabbriche tedesche che affiancano la celluloide alla produzione tradizionale, una si evidenzia per la specializzazione del prodotto e per il monopolio che riesce a creare in questo settore. La ditta tedesca Rheinische Gummi und Celluloid Waren Fabrik impiega la celluloide come materiale base dal 1894 per la sua produzione di bambole.

Dal 1850 nascono le bambole di stoffa

Note comunemente come “Tartaruga”, le pupe uscite da questa manifattura sono riconoscibili per il caratteristico marchio in rilievo che raffigura una tartaruga inserita in un rombo, generalmente impresso in corrispondenza della base del collo e sulla nuca della bambola. Nel 1920 la produzione di questa ditta ha subito un’espansione notevole, vi sono fabbriche anche a Berlino, Parigi, Vienna, Londra e New York. Sono bambole ben rifinite, con testa dall’espressione gradevole, occhi di vetro dipinti, capelli modellati o parrucche di mohair. Il successo raccolto da queste nuove bambole di stoffa segna il gusto di intere generazioni, lasciando nel ricordo collettivo la chiara immagine di queste pupe assai amate ma spesso tristemente collegate agli anni della guerra. La loro unica pecca, l’alta infiammabilità, fa sì che la storia dell’impiego della celluloide per i balocchi si debba forzatamente concludere sul finire degli anni Cinquanta, quando la Germania la dichiarerà fuorilegge a causa della sua pericolosità.

Accanto alla celluloide si affiancano tentativi più o meno riusciti per produrre bambole in altri materiali, sia per risparmiare sia per stupire i compratori. Bambole con testa di metallo dipinto, montate su corpi di stoffa o pelle imbottiti, cominciano a essere prodotte verso il 1850, ma trovano massima diffusione dall’inizio del XX secolo. Si tratta di pupe in sintonia con quelle già esistenti, delle quali ripropongono lineamenti e struttura costruttiva generale. Le teste sono realizzate in una lega leggera a base di alluminio, possono avere sia occhi dipinti e capelli modellati, sia occhi di vetro e parrucche. Il lato debole di queste bambole consiste nella tendenza ad ammaccarsi facilmente con conseguente perdita del leggero strato di colore. Inoltre il loro aspetto risulta sempre un po’ “freddo”, meno gradevole rispetto alle loro coetanee di biscuit.

Bambola Minerva

Tra le più note ricordiamo quelle recanti il marchio “Minerva”. Altri produttori minori si orientano sui composti a base di gesso, colla animale, cartapesta, segatura, mescolati in varie proporzioni, per ottenere un impasto modellabile in appositi stampi. Queste bambole, diffuse specialmente intorno agli anni Trenta e Quaranta, rappresentano un’alternativa alle più costose sorelle. Sono però pesanti, assai fragili, facilmente rigabili e poco amiche dell’acqua.
In Italia molte piccole ditte fanno bambole di questo tipo: tra queste si distingue la “Burgarella” attiva a Roma dal 1929, le cui belle bambole sono fatte in una composizione solida e rifinite con grande abilità. Hanno teste con lineamenti modellati e dipinti con particolare personalità, aderenti ai modelli estetici femminili del momento, spesso gli occhi sono di vetro e le parrucche di capelli o fibra. Il corpo, anatomicamente ben eseguito, si avvale di dettagli che ne permettono una completa articolazione tramite elastici e, cosa curiosa, nei maschietti è indicato il sesso. Un settore importante che si viene via via affermando durante i primi decenni del Novecento è quello della produzione di bambole di stoffa.

Tessuti usati per le bambole di stoffa

Il tessuto, sempre impiegato in passato per costruire pupattole povere, permette, alla luce dei nuovi orientamenti nella progettazione delle bambole, una nuova sperimentazione.
Accanto alla semplice tela di cotone tagliata, dipinta e imbottita, già in uso dall’inizio del XIX secolo, si affiancano bambole più specializzate, che escono dagli schemi rigidi e
informali proposti dalle loro antenate. In questo campo primeggiano in Germania due figure femminili: Käthe Kruse e Margarete Steiff. Le bambole di Käthe Kruse sono costruite impiegando una specie di mussola di cotone trattata e dipinta con colori a olio per la testa, mentre il corpo non dipinto è normalmente imbottito, generalmente articolato alle spalle e alle anche per quanto riguarda i modelli più noti. Questa produzione incontra enorme successo dopo il 1910 e lo testimoniano i numerosi modelli di bambola realizzati durante gli anni Venti e Trenta.

La pubblicità della ditta appare anche sulle riviste americane, su “Playthings” del 1927 leggiamo: “Käthe Kruse Dolls – The World Famed Soft Dolls – Lifelike reproductions soft, durable, washable. Made entirely by hand of impregnated nettle cloth”. Si tratta di bambole che rappresentano deliziosi bambini dall’espressione un po’ pensierosa, grassottelli, che risvegliano un’immediata sensazione di tenerezza. Sono vestiti con gusto e sobrietà, senza eccedere nel lusso ma con le caratteristiche moderne di praticità indicate dalla moda infantile di quegli anni. Con tutt’altro carattere si presentano le creazioni di Margarete Steiff, già attiva sul finire del XIX secolo. Specializzata in animali di panno e “peluche”, che s’impongono a livello internazionale per la loro alta qualità esecutiva ed estetica, realizza anche bambole assai curiose.
Si tratta, più che di bambole vere e proprie, di pupazzi che potremmo definire “caricaturali”, ispirati ai più svariati soggetti tratti dalla realtà o dal mondo della fantasia.
Realizzati in feltro, sono caratterizzati dalla cucitura che attraversa verticalmente il volto nella parte mediana, hanno occhi di vetro “a bottone”, corpi imbottiti e articolati a seconda del modello e sono estremamente ben rifiniti nei dettagli dell’abbigliamento. Nel settore della produzione di bambole e balocchi in tessuto, accanto alle numerose fabbriche che sorgono conseguenzialmente al successo che tali balocchi incontrano, in Italia emerge prepotentemente la ditta Lenci, destinata a far parlare di sé a lungo e in tutto il mondo per l’originalità indiscutibile dei suoi prodotti e per la deliziosa morbidezza delle sue bambole.

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