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Bambole medievali

Tempo di lettura: 8 minuti

Dal buio Medio Evo le notizie relative alle bambole medievali pervenuteci sono molto scarse. I documenti più antichi sono letterari, e la ragione per la quale non si sono conservati esemplari è in parte spiegabile dal fatto che pare si usassero bambole di stoffa, estremamente deperibili, come testimonia nell’VIII e XI secolo il “Judiculus Superstitionum”, citato da Antonia Fraser nel suo libro “Dolls”, che parla appunto di “Simulacra de Pannis”.

Le bambole del  Medioevo

Risalgono a qualche secolo dopo alcuni esemplari di bambole europee di argilla, ritrovate durante gli scavi nella vecchia Strasburgo, databili al XIII secolo, e altre scoperte sotto il selciato di Norimberga risalenti al XIV secolo. Senz’altro il legno costituiva uno dei materiali primari per la fabbricazione di pupattole e figure religiose che sovente venivano date anche ai bambini per il gioco. In Italia si hanno notizie riguardanti”bambole” di legno a grandezza naturale, forse più manichini che balocchi, destinate a comparire in fiere e ad essere trasformate in sontuose “Marie” ad uso e consumo della devozione popolare.
In un’epoca dominata dalla magia e dall’occulto, resta molto presente e vivo il significato magico e rituale delle bambole. In quegli anni vi erano pupe fatte con la radice della Mandragola; investite di straordinarie virtù, si diceva fossero infallibili per trovare tesori. Altre, di cera, forse portate in Europa dai crociati, servivano per oscuri incantesimi: secondo la fantasia popolare esse erano destinate a sconfiggere nemici durante tenebrose messe nere.
Una valida testimonianza relativa al XII secolo, l”Hortus Deliciarum” scritto dalla badessa Herrade di Landsberg, e ricco di illuminati e curiosi documenti sui giochi e sui balocchi usati allora dai bambini, è andato disgraziatamente distrutto durante la guerra del 1870, sotto le cannonate prussiane.

Il Rinascimento

Con il raffinarsi delle arti e l’accrescimento culturale della popolazione, anche le bambole miedievali mutano, conquistano una loro inconfondibile specificità e qualità tecnica.
Le notizie che ci sono pervenute, trasmesse principalmente da documenti relativi a famiglie nobili, raccontano storie di bambole favolose.
Nei registri della Corte di Ferrara del secolo XV, durante l’anno 1484, sono annotate alcune spese sostenute per l’acquisto di una bambola che la duchessa di Ferrara, Eleonora d’Aragona, moglie di Ercole I, mandava a Milano in dono ad Anna Sforza, fidanzata con suo figlio Alfonso d’Este. Quando la bambola fu spedita Don Alfonso aveva otto anni e la fidanzata undici. La bambola aveva tutto il suo ricco corredo contenuto in cassette e forzieri foderati internamente di seta. Le vesti erano opera nientemeno che del primo sarto di corte, Tommaso da Napoli, che creò certamente piccoli capolavori. Leggiamo nel documento: “… la pua (bambola) fu vestita di brocca (broccato) d’oro…”. Tale tessuto, il broccato d’oro, era permesso soltanto per eccezione a grandi dame e di solito serviva per confezionare la veste nuziale. Le leggi suntuarie ne codificavano strettamente l’impiego, proibendolo e limitandolo alle guarnizioni.
Un’altra veste descritta era in velluto, di quelli più pregiati, color “cremesino” e a “due pilli”, cioè di tessitura più folta rispetto a quello ad un pelo. Sette braccia di damasco, altro pregevole tessuto, sono inventariate per una successiva veste della “pua”. Seguono nell’elenco indicazioni relative ad altre due bambole, sempre facenti parte di questo principesco dono, con altrettante vesti di: “. taffetà incarnato, broccato d’oro cremesino, zetanino, reso verde e altro morello, broccato d’oro alessandrino, broccato d’argento,
taffetà alessandrino”.
Certamente un simile “balocco” imponeva regole precise al gioco, mettendo in risalto con prepotenza l’aspetto didattico ed educativo della bambola, intesa come modello ideale al quale riferirsi.
Attraverso il “gioco”, la fanciulla impara a vestire la bambola e quindi se stessa, conosce le complesse regole che scandiscono la vita di corte e l’etichetta, unisce l’aspetto ludico al “rito” del vivere aristocratico.

Francia: capitale del giocattolo

In Francia, nazione destinata negli anni futuri a diventare capitale del giocattolo, un altro sovrano fa dono di una bambola. Si tratta di Carlo VII, re dal 1422 al 1461 e liberatore del paese dagli invasori inglesi. Nel 1455, fece acquistare per sua figlia Maddalena da un mercante chiamato Raoulin de la Rue, una bambola di Parigi raffigurante una damigella a cavallo con un valletto a piedi.
Il dono e lo scambio di bambole medievali compare in molte cronache del tempo come usanza consueta in Francia; nelle testimonianze di Antonio Asteran, vissuto durante il XV secolo, che scrisse un panegirico su Parigi, troviamo citata la Galerie du Palais, dove si potevano trovare: “… quei regali così cari ai cuori delle bimbe, belle bambole meravigliosamente vestite”.
Se Parigi e la Francia annunciano già la loro supremazia in fatto d’eleganza, destino confermato in seguito dalla storia, abbigliando adulti e bambole, nel centro Europa si va diffondendo e consolidando una tradizione artigiana sempre più specializzata nel settore del balocco.
Sono assai interessanti in merito due illustrazioni dell””Hortus Sanitatis” (Magonza XV-XVI secolo), raffiguranti un curioso personaggio intento a fabbricare bambole di legno intagliate.
Come fossero in realtà queste bambole e quale fosse la loro destinazione appare oggi piuttosto difficile da definire. Certamente ve ne erano di semplici, rivolte ad un ampio mercato, vendute da ambulanti nelle fiere durante le feste, e altre più raffinate, destinate alla nobiltà, spesso costruite su commissioni, fornite di ricchi guardaroba atti ad illustrare la moda del momento.
Queste “ambasciatrici della moda” ebbero una vasta diffusione tra le corti europee, portando novità e stravaganze oltre i confini politici e geografici.
Nel 1515, il re di Francia Francesco I, fa scrivere a Milano ad Isabella Gonzaga d’Este, marchesa di Mantova, considerata regina in fatto di eleganza, per richiedere: una pua vestita e la fogia che va lei di camisa, di maniche, de veste di sotto e di sopra et de abiliamenti et aconciatura di testa de li capilli… perché S.M.tà designa far fare alcuni di quelli habiti per donare a donne di Franza”.

Bambole medievali vestite a lutto

E ancora, nel 1571, la duchessa Claudia di Lorena ordina le più eleganti bambole di Parigi per donarle alla figlia appena nata della duchessa di Baviera, richiedendo espressamente: “… delle bambole medievali non troppo grandi, dalle quattro alle sei, le meglio vestite che possiate trovare…”.
Una curiosa annotazione ci è pervenuta dalle carte di Caterina de’ Medici; al momento della sua morte, nel 1589, risultano annotate nel suo inventario personale sedici bambole delle quali otto vestite a lutto. Questo particolare ricorda l’ingenua domanda di una bimba dell’Ottocento che chiedeva alla mamma: “… se io morissi vestirai a lutto le mie bambole?…”. Chi sa se le bambole della regina de’ Medici non portassero il lutto del re.
Da queste cronache spesso curiose emerge evidente l’aspetto descrittivo che tende a privilegiare l’abbigliamento delle bambole a scapito delle loro caratteristiche fisionomiche e costruttive, sulle quali si possono fare solo supposizioni, vista la quasi assoluta assenza di esemplari giunti fino a noi. Generalmente la testa e il busto erano di legno intagliati e dipinti con una certa ingenuità, naso diritto, sopracciglia indicate con un semplice tratto di pennello, bocca rossa atteggiata nel sorriso e tocchi di rosso sulle guance. Parrucche
di fibre naturali o di capelli veri erano applicate sulla testa calva. Le braccia potevano essere articolate o addirittura smontabili, questo per facilitare la complessa vestizione, mentre le gambe spesso erano inesistenti e al loro posto una gabbia conica di cerchi di legno faceva da supporto alle ricche vesti sostenendo la bambola. Altre, di produzione tedesca, provenienti da Amburgo e Norimberga, erano intagliate nel legno di bosso. Assai rudimentali, monolitiche, senza braccia né gambe, avevano il corpo a forma di fuso per potere essere tenute meglio in mano e vestite. Le corporazioni e i nomi di fabbricanti di bambole sono già registrati nei documenti cittadini di Norimberga del XV secolo, questi documenti regolamentano il compito dell’artigiano e quello del venditore ambulante. Il frutto di tanta oculata organizzazione fa sì che i giocattoli tedeschi abbiano una vasta diffusione, come recita una filastrocca: “I piccoli giocattoli di Norimberga vanno in tutti i paesi” (Nurberger Tand geht durch alle Land).

Bambole con piccoli gioielli

Testimonianze visive relative a queste pupe ci vengono dalla pittura del tempo. Un bimbo nudo nel dipinto di Lucas Cranach “La carità”, del 1537, stringe a sé una bambola di legno tutta d’un pezzo con vestiti dipinti. Con ancora più chiari particolari appare stretta nelle mani della principessa Maria di Sassonia, ritratta nel 1546 da Lucas Cranach il Giovane, una bambola di legno dal viso finemente modellato e con parrucca applicata. Indossa un complesso abito di corte perfettamente in linea con le tendenze della moda
dominante e raffigura una donna adulta.
Un’altra bambola analoga, con braccia imbottite, è riprodotta in un dipinto di artista ignoto raffigurante Arabella Stuart all’età di 23 mesi, conservato nel castello di Hardwik, nel Chesterfield.
Anche in questo caso le vesti sono sontuose, riccamente dettagliate e sono pure visibili piccoli gioielli.
La funzione didascalica di questi balocchi aristocratici appare dunque innegabile, legata allo “status” che, poste tra le braccia delle piccole future regine, dovevano rappresentare.

Il XVII secolo

Il fasto delle corti europee seicentesche condiziona anche tutte le forme di artigianato comunemente detto “minore”, coinvolgendo direttamente il mondo dei balocchi.
Le bambole medievali, considerate oggetti di lusso e doni eccentrici, continuano a incuriosire e divertire specialmente gli adulti: ben poco concedono ai bambini, ai quali, i più fortunati, passano di seconda mano.
Questo accade naturalmente per le classi elevate; per i poveri o i meno abbienti un pezzo di stoffa, un ramo rozzamente intagliato, semplici oggetti d’uso domestico opportunamente trasformati dalla fantasia, diventano bambole vere, da amare e coccolare.
Per i più capricciosi, invece, tutto era possibile. In Francia, il futuro Luigi XIII si divertiva con le bambole, ne ricevette addirittura in dono una carrozza piena.
Nel 1605 ebbe in regalo una pupa raffigurante un piccolo gentiluomo lussuosamente vestito. Ed ecco il Delfino decidere immediatamente: “… Lo darò in sposo alla bambola di Madame!…”.
Arrivarono così in dono un’altra piccola carrozza con le bambole che rappresentavano le regine, Madame e M.lle de Guise e Madame de Guiercheville: un regale capriccio ovviamente esaudito.

‘600: uso della cartapesta per le bambole

Alla fine del Seicento si è già affermato l’uso della cartapesta accanto al legno e alla cera per realizzare teste e parti di bambola. Una testimonianza viene da un libro di commercio di Cristoforo Weigel, stampato a Regensburg nel 1698, dove un’illustrazione mostra una famiglia tedesca intenta alla preparazione di maschere con questo materiale che tanta importanza avrà nella storia della fabbricazione delle bambole.
Per quanto riguarda la cera abbiamo notizie di bambole, o figure, nel 1669, con un’esposizione chiamata “Il tempio di Diana”, tenutasi in occasione della fiera di San Bartolomeo. Per incuriosire il pubblico era stata posta sulla porta una figura comica che apriva e chiudeva la bocca, girava gli occhi ed era fiancheggiata da due bambini assai verosimiglianti, lavorati anch’essi in cera.
In quegli anni si hanno notizie di bambole prodotte con tale materiale da un certo Daniel Neuberger di Augusta: dipinte in modo così superbo da sembrare vive….
La pittura del tempo viene in aiuto con preziose fonti iconografiche che ci permettono di vedere, attraverso una finestra spalancata sul passato, come erano inserite queste bambole nel mondo infantile.

Il gioco della bambola

L’importanza sociale dei balocchi è confermata dalla loro crescente comparsa nella ritrattistica borghese come oggetto rappresentativo di un certo “status” sociale di benessere.
Un quadro olandese, oggi presso il Rijksmuseum di Amsterdam, dipinto da Van Ostade, mostra tre bimbe che giocano con le loro bambole abbigliate con il caratteristico costume fiammingo del tempo: cuffietta semplice e linda, ampia veste a bustina che scopre la bianca camiciola a corte maniche sbuffanti. Le affettuose “mammine’ pensano a nutrire le loro “piccole”; si possono osservare sparsi intorno a loro le minuscole stoviglie della cena, tra le quali il pentolino della pappa con dentro ancora il suo cucchiaino. A fianco è visibile il lettino di vimini, mentre una bimba tiene sulle ginocchia una bambola e appare intenta a spogliarla, un’altra attende con la sua pupattola ancora vestita e la terza indica con il dito teso il letto, invitandole risolutamente a sbrigarsi.
L’aspetto più importante di questa scena è, oltre alla dovizia di particolari formali, l’impostazione chiaramente didascalica volta a raffigurare il gioco della bambola come l’esatta riproduzione del mondo femminile adulto, perpetuato nei suoi canoni rigidamente tradizionali.
Jacques Stella, incisore e pittore di corte, morto a Parigi nel 1657, in una tavola d’album intitolata “Le Volant”, raffigura due bambini che trascinano un pesante carro costruito su modello di quelli guerreschi, e che ospita all’interno numerose bambole da condurre a passeggio.

XVII secolo: l’arte del presepio

Durante il XVII secolo si viene affermando in Italia, precisamente nel napoletano, l’arte del presepio. È importante osservare quanto il confine tra le bambole e le figurine nate dalle abili mani dei “figurinai” napoletani sia labile. Questa scuola condiziona certo il gusto estetico non solo italiano ma di gran parte dei produttori di bambole e statue a soggetto sacro europei. L’arte dei presepi resta di vitale importanza per i molti perfezionamenti introdotti dall’industria ottocentesca della bambola.
Lo stesso Alessandro Manzoni, narrando l’infanzia di Gertrude, nei “Promessi Sposi“, immagina infatti che alla futura monaca di Monza fossero donate, quando era bambina, soltanto bambole vestite da suora, per suggerire alla sua tenera mente infantile quale sarebbe stato il suo futuro, sviandola così da idee di lusso e mondanità.
Ben altro aspetto avevano infatti le altre bambole, rigide ed imbustate in corsetti steccati, incorniciate da pesanti gorgiere, con abiti di sontuoso broccato sostenuti da amplissimi guardinfanti, destinate a suggerire continui balli e ricevimenti a corte.

La bambola medievale: aspetto ludico

Verso la seconda metà del Seicento, la bambola medievale, già connotata fisicamente e come prodotto di vasta diffusione, comincia a differenziarsi anche per le caratteristiche prettamente estetiche dovute alle tradizioni dell’area di produzione. Per questo le pupattole inglesi risulteranno più “graziose” delle coetanee olandesi, giudicate “rozze e goffe”.
In Inghilterra vengono prodotte bambole con teste di cartapesta finemente dipinte, montate su corpi di legno con articolazioni abbastanza evolute. All’epoca di Carlo II esistevano già pupe con occhi inseriti realizzati in vetro per ottenere un effetto di maggiore realismo.
Accanto a queste si collocano quelle interamente intagliate nel legno, rivestite di una sottile preparazione di gesso e successivamente dipinte con tratti sapienti. Hanno generalmente la testa piuttosto grossa rispetto al corpo, il che conferisce loro un aspetto curioso ma non sgradevole, decisamente ludico.

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